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01/04/2008 Lo stadio pił bello del mondo
“…un libro che si iscrive al filone storico-eziologico nonostante la leggerezza frivola del riferimento specifico: lo stadio.” (Domenico Cacopardo, L’Unità)
“…un turbine di inventiva lessicale e di real-impossibili tipologie umane, di squarci di lirismo accorato e di realismo brutale, di deliziosa malizia e di volgare immediatezza. Un libro da amare, squillante di fascino.” (Pietro Bonardi, Annuario Per la Val Baganza)
“…uno stile sorvegliato nasconde il filo della malinconia, governa una sintassi sbilenca, efficace e personale- come il campione di tennis che impugna la racchetta a modo suo-, modula un plurilinguismo che tiene insieme cronaca sportiva, gergo calcistico, formule giovanili, improvvise incurvature quasi classiche. Caos governato, bordello barocco…” (Enrico Chierici, Gazzetta di Parma) "Lo stadio più bello del mondo" Tascabili Narrativa 2007, Edizioni Clandestine LO STADIO PIU’ BELLO DEL MONDO- RASSEGNA STAMPA COMPLETA
Gazzetta di Parma Il campetto? Uno Stadio (ottobre 2006) Luca Farinotti, i derby del cuore (10 febbraio 2007) Il mio Maracanà era un rettangolo a forma di trapezio (marzo 2007) I più venduti (marzo 2007) L’idea di Farinotti: la storia di Sala sul web (luglio 2007)
Libridine Chieti
Luca Farinotti e il suo romanzo (16 maggio 2007)
Il centro Cultura flash: Farinotti alla De Luca (16 maggio 2007)
Il Messaggero Lo stadio più bello del mondo (maggio 2007)
Libreria dello sport Fiera del Libro Sportivo Lo stadio più bello del mondo (giugno 2007)
L’Unità L’Emilia gaudente riunita allo stadio (2 giugno 2007)
Capitolo Primo Lo stadio più bello del mondo-recensione (4 giugno 2007)
RomaOne Libri per l’estate: A come Amarcord. Lo stadio più bello del mondo (25 luglio 2007)
PisaInforma Lo stadio più bello del mondo (12 luglio 2007)
Arcilettore Lo stadio più bello del mondo- recensione (settembre 2007)
Per la Val Baganza Il potente romanzo di Luca Farinotti (2007)
Il sole 24 ore Libri consigliati (15 luglio 2007)
Spazio Holden Libri consigliati (dicembre 2007)
Sicilia Today Quando il calcio diventa genuina immaginazione (dicembre 2007)
1909: la rivista che racconta la storia I libri sul calcio più belli di sempre La Repubblica Almanacco Libri Altri quotidiani in aggiornamento
Classifiche
Edizioni Clandestine Da marzo 2007 (2° libro più venduto del mese) a dicembre 2007 sempre tra i primi cinque libri più venduti del mese. Dicembre 2007: 13° libro più venduto di sempre. Gennaio 2008: prima ristampa.
Gazzetta di Parma Marzo 2007: secondo libro più venduto a Parma Febbraio 2008: terzo libro più venduto a Parma (alla fine dell’anno tra i primi cinque libri di narrativa più venduti a Parma nel 2007)
Roma CapitoloPrimo
11° libro più venduto a Roma (giugno 2007)
Da LO STADIO PIÚ BELLO DEL MONDO, Edizioni Clandestine 2007 […Il terreno di gioco era rimasto, come da sempre, più simile a un trapezio che a un rettangolo, ma agghindato com’era, ti do la mia parola che non se n’accorgeva proprio nessuno. Eppoi mica era come gli altri campi parrocchiali (che avrebbero potuto essere contenti di avere un quarto del carisma del San Nicolò), che magari eran fatti meglio, con delle porte regolari e il terreno senza pendenze e tutto quanto occorre per farli assomigliare allo stadio Olimpico, ma dove ci vedevi sempre della gente qualunque che andava lì solo per sfruttare il campo, e lo capivi ch’eran tutte “Terre di Nessuno”; oppure, quando ci giocavano quelli della parrocchia, sbirciavi subito quell’impostazione canonico-disciplinare, quasi di timore, tipica di quel sistema meschino in voga presso i preti, la maggior parte, avidi di anime, teso ad usare il viscido ricatto del gioco e del campo da calcio per catturare poveri bambini vergini di valori spirituali e da poter plasmare secondo le norme del bigottismo vigente (risultato: quelli della mia generazione sono i bambini che si sono fatti più seghe di tutta la storia). Noi, invece, avevamo L’Esorcista, uno che non ci ha mai negato il suo lato umano – famosa la sua frase: “Intendiamoci, la tentazione c’è sempre” –, uno che ne capiva di calcio, anche se tifava per la Fiorentina, uno che ci regalava le stecche di Marlboro (“piuttosto che al bar, di nascosto, fumate qui che c’è l’aria buona”). Per intenderci, il don spaccava il culo ai passeri. Era stato sui monti in meditazione, molti anni, e conosceva per nome tutti i fiori e le piante, come un San Francesco mignon, e scacciava le “fatture” e sapeva tutto di parapsicologia, e voleva talmente bene a quegli approfittatori dei suoi parrocchiani che durante la Messa spesso collassava per la commozione; poi aveva i cani e l’orto e centinaia di vasi di fiori e una perpetua che gli voleva un bene dell’anima; aveva anche la vigna e faceva una Malvasia di Maiatico torbida, con tre dita di fondo, ma che aveva diritto alla Denominazione d’Origine “Colli di Parma”, e faceva la grappa che, a suo dire, guariva dall’ulcera. Era Esorcista autorizzato dal Vaticano e su questo aveva un po’ la fissa, come per Antognoni, ma gliela si poteva perdonare.] [Come prima tappa ci si trovava, io e il Lupo, alla chiesa. A volte caricava quel pachiderma di suo fratello sul portapacchi del Ciao, e praticamente, per lui era tutto un pedalare. Facevamo un veloce punto della situazione, poi si sfrecciava coi motorini attraverso l’aria calda profumata di more e di erica verso casa di Tito, il più difficile da tirare fuori. Purtroppo a scuola era un somaro e solo l’intervento diplomatico di Andrea Grassi presso papà Monaldo sottraeva Tito all’altrimenti irrimediabile, insulso, pomeriggio sui libri. Il Lupo, lo scatarratore di Nôtre-Dame (per la famigerata gobba), riusciva a sfoggiare un rassicurante savoir faire con gli adulti, fino a convincerli che i loro figli, piuttosto che chiusi in casa, sarebbero stati meglio all’aria aperta, al sole (il che era vero) sotto la sua responsabile protezione (il che era antitetico alle leggi dharmiche). Prelevato Tito, si partiva fiduciosi alla volta di tutti gli altri rinchiusi, per reclutare gli alfieri necessari ad una nuova grande giornata di divertimenti. Per il Férda, già veterano dei motori, nonché bocciato 4 volte, sapevamo che non c’erano problemi, quindi si andava prima da lui. Seguitavi la strada fin dove terminava l’asfalto, poi avanzavi carraie di campagna fino alla piccola casetta del Férda, che s’affacciava da una conca incantevole sui calanchi boscosi. La famiglia del Férda era stranissima: suo padre “aggiustava i mulini”, sua madre (per averla, raddoppia la mole del marito) era sempre nell’ovile; la sua sorellina minore, a otto anni era alta un metro e sessanta e non parlava mai – solo una volta ne udii la voce e mi ricordò Ferruccio Amendola. Il Férda era alto un metro e novantacinque ed era soprannominato da Andrea Grassi L’Uomo delle Caverne. Aveva due mani grandi e rovinate come badili, tagliuzzate, sempre pregne di morchia e letame. Qua e là gli mancavano dei pezzetti di falange, aveva la mania dei motori in funzione e ci ficcava sempre le dita nell’intento di scardinarli in improbabili prove di forza. A scuola era un somaro, ma i suoi lo temevano e non osavano contraddirlo se decideva di uscire. Dovevamo sottostare ad alcuni rituali pietosi che ogni volta ci propinava – una rapida occhiata ai coiti delle sue caprette, che più le spaventava con guaiti e urla più scopavano; un minuto di contemplazione ai testicoli di suo zio Pierino, i quali, fuoriuscendo oscenamente dagli shorts blu contadini, gli si prolungavano mostruosi e gonfi fino alle ginocchia – e la pratica era finalmente sbrogliata, il Férda ci aveva mostrato i suoi migliori vanti, potevamo andare, tappa successiva la casa del Salvo. Durante quel tragitto ero attraversato da pensieri cupi. Il Férda, a cavallo della mia sella Chopper, mi sussurrava all’orecchio la formazione della Juventus 82-83 (sapeva che ero juventino e voleva compiacermi): ZuoffGientileCabbrini BuoniniBriuScirrieaBiettegaTardielliRuossiPlatiniBuoniek, pronunciata così, tutta d’un fiato (il Férda parlava italiano, diceva di essere ligure ma di venire da Massa, tuttavia penso che la sua famiglia fosse in realtà un quartetto di fuggiaschi albanesi, con ascendenze russe).] [Per le occasioni in cui salivano gli Stranieri avevo selezionato una formazione tipo che, a meno di defezioni dovute a febbre e/o studio, doveva essere sempre quella. Vedeva il Vincio a difesa della rete, Lupo, Tito (che durò un solo match, inadatto com’era al furore agonistico) e il Férda in mezzo, io a giostrare e l’Azzon Faier delle meraviglie in avanti. Premesso che il Maiatico F.C. in casa sua non le ha mai buscate da nessuno, mi piace ricordare una partita su tutte, in cui si diede fondo al nostro cuore di ragazzi cresciuti all’ombra del campanile, a fronte di avversari antipatici, sbruffoni, tronfi, insomma convinti di massacrarci. L’epica sfida risale a un pomeriggio afosissimo di mezza estate. Avevamo raccolto il guanto lanciato dai villeggianti della Parma-Bene che a Maiatico, rustica Beverly Hills, avevano la residenza estiva in villoni faraonici. Giocavano più o meno tutti in squadre di club – non di calcio, certo, piuttosto di rugby, golf o squash, o altre cose da snob – erano sprezzanti e altezzosi verso di noi, abitanti non-stop dei colli. Ebbene, Villici contro Cittadini Educati nel primo tempo attacchiamo dalla Ovest verso la Est. Dopo pochi minuti (saranno trenta per tempo), Riccardo Maggi, asso indiscusso della squadra ospite, parte dalla propria area e si fa tutto il campo in palleggio, alternando coscia e piede, senza far mai toccare il terreno alla sfera, arriva incontrastato a cinque metri dalla porta e scarica all’incrocio una pavera demoralizzante. Già siamo un po’ a disagio, intimiditi, questa giocata ci taglia le gambe. Esultanza composta dei villeggianti. Passano cinque minuti e il timore reverenziale sempre più pressante porta Lupo a sbagliare un appoggio facile facile al Vincio che, a sua volta, invece di uscire rimane imbambolato tra i pali, si inserisce Fiscarelli che corregge in gol da un passo: 0-2 alla fine del primo tempo, abbiamo le gambe di gelatina. Nell’intervallo si litiga e basta, e questo serve a scaricare un po’ di tensione ma certo non a cambiare l’inevitabile piega assunta dalla gara. Proprio nel bel mezzo di quell’impasse ci s’avvicina Spotti Giuseppe, con ironia insinua: “SE VOLETE, NEL SECONDO TEMPO POSSIAMO MESCOLAVE UN PO’ LE SQUADVE, VISTO CHE SIAMO NETTAMENTE SUPEVIOVI”. Spotti veniva a Maiatico tutte le estati e nonostante i suoi sorrisoni con quella sua faccia di cazzo da pubblicità per dentifrici da college, nessuno gli aveva mai accordato il saluto. Grassi ed io ci guardiamo negli occhi, non c’è bisogno di parole, mentre mi alzo in piedi rispondo alla provocazione di Spotti: “Ma parla come mangi!” e mi avvio verso il centro del campo. Ripresa: attacchiamo verso la Curva Ovest, ci riscaldiamo con qualche entrata pesante, qualcuna fallosa, ma Spotti ci ha colpiti nell’onore campagnolo, soprattutto me e il Lupo, ci diamo dentro, pressiamo, non tiriamo mai indietro la gamba, non riusciamo a tirare in porta, d’accordo, ma nemmeno più loro, si gioca a centrocampo, si picchia duro, adesso è una vera partita. Io gioco molto più arretrato, aiuto il Férda a coprire, non passano più. Al 15’ l’Azzon entra in percussione sulle gambe di Fiscarelli, il pallone schizza verso Lupo, lasciato colpevolmente solo al limite dell’area: ci prova, ciabattata di sinistro, palla colpita insieme a sei zollette di terra raccolte con l’alluce e il medio che gli fuoriescono lividi dall’Adidas bianca, la traiettoria è sporchissima, terra in faccia agli avversari e palla nel sette, incredibile gol! Godevo nel veder esultare il Lupone, con la sua magliettina bianca sudatissima, le gambe storte e pelose che saltellavano felici sul nostro campo, la sua faccia da lupo mannaro digrignante. Ci lasciamo prendere da una gioia doppia: gol-gol del Lupo (ci stringemmo tutti in un abbraccio che ci faceva capire quanto ci volevamo bene se ce ne fosse stato il bisogno, e fummo schizzati dalla bavetta e insudiciati dal sudore di Lupo, ma era stato un gran bel gol, accidenti). I Villeggianti, con supponenza e distacco, riportarono il pallone al centro del campo. Tentavano di mantenere il controllo, dialogando palla a terra di prima, ma ormai lo facevano solo per linee orizzontali, perché gli avevamo chiuso tutti i corridoi e ci stavamo appropriando del campo; pian piano cominciavano a perdere la calma, noi a convincerci in un forcing tambureggiante – ma entriamo in cronaca diretta: manca poco alla fine, ci crediamo, vogliamo il pareggio, lo meritiamo tutto quanto; tiri su tiri, ravvicinati, da fuori, miracoli in serie del loro portiere, corner a ripetizione per noi, cominciano a mandarsi affanculo tra loro, i Lords, stiamo dominando. Mancano quattro minuti quattro alla fine sul cronometro di Lupo, che per queste cose è, maledetto lui, fiscale per principio, non bara mai – se ce l’avessi io, il cronometro, allungherei spudoratamente i tempi – ma quel ch’è giusto è giusto, giusto che sia lui l’arbitro, il Capo, non io. Azione confusa in area Cittadini: batti e ribatti, c’è anche il Vincio, venuto incautamente a dar man forte; la nostra porta è vuota, il pallone rimbalza sul Férda che, nel goffo tentativo di addomesticarlo, s’inventa un dribbling sul portiere, ma s’allarga a sinistra e va lungo verso il fondo, da lì non può tirare, arriva Agnetti in scivolata, snervato, gli lascia i tacchetti infilati nella gamba – c’è il Férda a terra che urla “È FUALLO! CUAZZO! È RIGUORE!”, volano offese e spintoni, ci si insulta di brutto, il Férda è sanguinante, vogliamo il pènalti, non ne vogliono sapere, oltraggiano il Férda con ingiurie pesanti (“pecoraio puzzone”), sbotta il Lupo, Giuridico, col rigurgito innescato: “BASTA! È RIGORE!” Il tempo è già scaduto, o pareggiam o siam fatti. M’incarico del tiro, sistemo il pallone a terra, sono tutti zitti, il portiere mi guarda e deride, io sono pronto, breve rincorsa, e giurosuddio, una fucilata che non la vede neanche (!) tocca la parte inferiore della traversa vicino all’incrocio ed è già gol, gol, gol, gol e poi gol, maledetti snob. Due a due, tempo scaduto. Il Vincio è il primo a dirlo, e noi siamo tutti concordi: va bene così, pari e patta, e ripariamo il Férda con calma. Ma quelli adesso sono troppo arrabbiati, insistono per giocare altri cinque minuti, e chi fa il terzo vince. Il Lupo non vorrebbe, io così così, ma decide il Férda: “Va biene. Giuoquiamo”. Battono, intervengo come un ossesso su Agnetti sradicandogli pallone e peli, infilo fulmineo un assist da favola all’Azzon che è scattato in avanti, controlla, si gira, botta a mezz’altezza e – CIAO! – è di nuovo gol. Adesso è un tripudio di “ombrelli”, di “salami”, diti medi e vaffanculo, di goduria pura, primordiale. Vedevo l’Azzon col gomito piantato sull’inguine, l’avambraccio spianato e il pugnetto stretto – quale simbolo più cazzuto che l’esultanza d’un pedatore? Mi ritrovai così immerso in quel momento da oltrepassarlo, da uscirne dalla parte opposta, e divenire per un istante testimone super partes di quell’avvenimento. In un solo fotogramma c’era chi gode e c’era chi soffre, punito, c’era una vasta gamma del sentire umano, tutto sovrapposto a pochi centimetri di distanza, eppure abissalmente distanziato per qualità e tipologia di sensazioni, la contemporaneità dei concetti di bene e male in un solo organismo vivente, il campo da calcio. Mi riebbi, corsi ad abbracciare l’Azzon che, da quel giorno fu soprannominato L’Implacabile.]
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Lo stadio pił bello del mondo












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