Caro Francesco (Marco Valesi | Collettivo Athletiquillo)

Con assoluta modestia e un vago timore reverenziale, nei confronti di te Maestrone, da Aaltonen a Zubizarreta. Abbecedario Pallonaro appartiene ostinatamente alla seconda categoria.
Se dovessimo immaginare un lettore seduto al nostro tavolo, ci verrebbe da lasciare una sedia vuota. Non per superstizione, ma per educazione. Quella sedia sarebbe per te, Francesco Guccini. Perché del calcio, che hai sempre seguito distrattamente, sappiamo ti interessavano le vite che ci finivano dentro per sbaglio o per destino, gli equivoci che diventavano racconti.

Come quello di Luís Sílvio Danuello, il brasiliano della Pistoiese. Un centravanti che inghiottito da un’incomprensione tattica, linguistica e forse anche esistenziale, si ritrovò a servire ai tavoli di un bar. E questa storia, senza sapere che ti fosse piaciuta, l’abbiamo raccontarla pure noi. E chi l’ha raccontata è stato Patrizio, uno che di lavoro fa il burattinaio. E questa non può essere un’altra coincidenza. Perché chi muove i burattini sa che ogni personaggio vive soltanto se qualcuno gli presta una voce. E i burattini, quelli veri, quelli di legno, tu Francesco, li avevi incontrati da bambino, quando l’Emilia era ancora un posto dove le piazze erano un teatro e le osterie una piccola università popolare. E tu, a pensarci bene, sei stato a lungo la nostra voce.
Anche il nostro libro è nato così. Per caso o quasi.
Il creatore del gioco ed il regista di questo strampalato Abbecedario si sono conosciuti scappando dalle aule di Filosofia dell’Università di Parma. Sono andati infatti, lasciandosi alle spalle Marcuse e Adorno, al Parco Ducale per ascoltare un tuo incontro con gli studenti: le università insegnano molte cose, ma certe lezioni iniziano soltanto quando si esce dall’aula.
Poi, come succede sempre nelle storie emiliane, sono arrivate le osterie.
Perché l’Emilia ha questa strana abitudine: trasforma i brindisi in canzoni e le cantine in teatri. Da noi succede così. E forse succede soltanto qui.
Molti di quelli che hanno scritto questo libro vengono da questa terra. Altri ci sono arrivati e hanno deciso di restarci abbastanza a lungo da impararne il ritmo. Nella nostra squadra ci sono addirittura due osti, perché nessuno sa ascoltare le storie come chi, ogni sera, versa da bere agli altri. Le confessioni, in fondo, arrivano sempre dopo il secondo bicchiere.
E poi c’è Gianni Mura.
È stato lui a battezzare questo libro con qualche colpo di Barolo. Come si faceva una volta: senza cerimonie, senza nastri, semplicemente brindando.
E Flaco Biondini. A lui, siamo convinti, piacerebbero le pagine dedicate alla Pampa Padana di Mario Kempes. Perché soltanto uno nato fra i pioppi della pianura può capire quanto l’Argentina e l’Emilia si assomiglino. Cambiano gli orizzonti ma resta quella nostalgia ostinata per qualcosa che forse non è mai esistito davvero.
E speriamo che, se qualcuno lo sfoglierà davanti a una scodella, le sue pagine facciano esattamente il rumore che speravamo facessero: quello di una lunga conversazione tra amici, quando nessuno ha davvero fretta di tornare a casa.
