Le scorciatoie del mondoristorante costituiscono un vero e proprio vizio che facilmente rende gli uomini non solamente schiavi dello stesso, ma, ancor più, suoi difensori irriducibili, pur di salvaguardare il proprio effimero valore sociale, da questo sostenuto e alimentato.
Come si può chiedere al ristoratore che si approvvigiona alla grande distribuzione di essere veritiero nel dichiararsi, dal momento che l’inganno è lo scudo stesso della sua propria metodologia di lavoro? Se il ristoratore omologato fosse costretto a guardarsi allo specchio o se le telecamere del grande fratello fossero costantemente puntate su di lui, egli si sentirebbe forse in dovere di essere il più virtuoso possibile, commisuratamente alle proprie cultura e consapevolezza? Ciò non può però accadere, in quanto il sistema all’interno del quale egli opera è governato da una mediaticità che garantisce la trasparenza fittizia e modulabile, al fine di mostrare solo ciò che si vuole fare selettivamente vedere, a mantenimento del sistema stesso, ovvero il mondo social media.
Il senso di vergogna e il senso di colpa erano da considerarsi, nell’epoca pre social, regolatori etici. La cultura di colpa era caratteristica della civiltà occidentale moderna e cominciò ad apparire in Grecia in un periodo successivo all’epica omerica (essa in effetti appare già pienamente sviluppata nella tragedia). In una cultura di colpa, quando un uomo agisce in modo contrario al codice di comportamento imposto dalla società in cui vive o dalla sua morale religiosa, anche se riesce a evitare una sanzione penale, tende a riconoscere il proprio comportamento come errato e prova rimorso. Estinta ormai da tempo la cultura di colpa medesima, ci era rimasta almeno l’eredità storica della cultura di vergogna, fondata sul fatto che la sanzione per un comportamento errato non risieda nel senso d’indegnità che un uomo prova dentro di sé, ma nel biasimo della comunità. Pertanto, un comportamento non era considerato colpevole fino a quando su di esso non pesasse la disapprovazione della comunità, e la sanzione poteva anche risiedere unicamente nel senso di vergogna che affliggeva chi non si fosse mostrato all’altezza della sua fama, conducendo questi al pubblico disprezzo. In questo tipo di società, dunque, il bene supremo non stava nel godere di una coscienza tranquilla, ma nella conquista della pubblica stima. Ciò che interessava non era essere forti o coraggiosi ma “essere detti” dagli altri forti o coraggiosi: la gloria (dalla traduzione dal greco di “voce”) consisteva nell’ammirazione e nella lode tributata dalla comunità a una persona che avesse mostrato il suo valore davanti agli occhi di tutti. Di qui l’importanza che assumeva la τιμή (timè), vale a dire l’onore, derivante dal pubblico riconoscimento. La τιμή, a sua volta, non era un sentimento astratto, ma si manifestava materialmente con tributi e onori riservati alle persone più valorose. Così, nell’Iliade, la schiava Briseide, il dono di guerra offerto da tutto l’esercito ad Achille, equivale alla sua τιμή, vale a dire al pubblico riconoscimento del fatto che egli è stato un guerriero prode. Quando Agamennone sottrae la schiava ad Achille non fa altro che negare al rivale quest’onore, offendendolo davanti a tutti. Era appunto il pubblico onore a creare le gerarchie sociali e a motivare i comportamenti pubblici. Di conseguenza, la principale forza morale della società era il rispetto della pubblica opinione e il timore che una certa azione venisse disapprovata dagli altri: di qui appunto la vergogna che un individuo provava quando non riusciva a essere all’altezza della pubblica stima. Una cultura di vergogna condiziona fortemente gli impulsi personali di un individuo e lo indirizza verso comportamenti retti, nel senso che egli tende ad agire secondo schemi precostituiti dall’esterno, dai quali non osa discostarsi per non essere biasimato dalla comunità: tutto ciò che lo espone al disprezzo pubblico risulta per lui intollerabile, al punto che persino la morte è preferibile. Per impulso di questo condizionamento, Ettore rinuncia a fuggire e preferisce andare incontro al suo destino in un impari duello contro Achille. Ebbene, il mondoristorante oggi è un contenitore la cui esposizione mediatica costituisce un fenomeno sociale senza precedenti, sia per quanto riguarda la storia pre che quella post invenzione dei social. E la conquista della τιμή deve essere ottenuta a qualsiasi costo, distorcendo la realtà e recidendo a priori ogni possibilità di trovarsi a confronto con la vergogna, annientando la specifica attitudine morale sufficiente a detenere e difendere la verità in misura che basti alla conservazione di una sorta di compostezza sociale.
Non è l’occhio nudo della società a determinare l’onore e la vergogna dell’eroe, ovvero lo chef superstar sotto il riflettore, quanto invece l’occhio deforme e deformante del social media, attraverso cui la società è costretta a guardare.
Il degrado culturale derivante dalla super-semplificazione connessa all’attuale era ipersocial, da cui l’impoverimento del linguaggio e, conseguentemente, del pensiero, conduce inevitabilmente non solo al ribaltamento delle gerarchie in tutti i campi (vedi dichiarazioni post elezioni politiche 2018: “con i social non si vincono sicuramente le elezioni ma, senza i social, sicuramente si perdono”) di cui tutti siamo colpevoli e impotenti testimoni, ma anche e soprattutto al connaturarsi di un sistema congenito di mantenimento di tale ordine: il pubblico riconoscimento non è più determinato da un suffragio critico retto dalla virtuosa interazione tra singolo individuo (che, in quanto fruitore di social, non ragiona più in modo autonomamente disconnesso, ma quale frammento uniformato alla massa – vedi le teorie di Elias Canetti applicate agli studi sui social) e Modello social, quanto esclusivamente dalla più o meno astuta capacità di indurre, e modulare, intorno agli eventi, una percezione il più possibile funzionale alla riuscita della rappresentazione del Modello. L’aberrazione determinata da tale sabotaggio fa sì che, per ottenere la τιμή, non sia più necessario fare, quanto piuttosto far credere che. Nell’inedita società dell’ultimo ventennio, la τιμή, ovvero l’onore dunque non risiede nella conquista della pubblica stima, bensì nell’occupazione arrogante degli ampi spazi lasciati vacanti dall’estinzione della cultura. Da qui, la nefasta alterazione strumentale in funzione di meri fini di marketing industriale.
In pratica, per ricevere il tributo di una τιμή autentica, basterebbe piantare un orticello e coltivarci l’insalata da servire ai propri clienti. Ma, disgraziatamente, in realtà è orribilmente sufficiente fingere di avere un orto per ottenere montagne di likes.        (da #mondoristorante, Luca Farinotti – Edizioni Clandestine 2018)

da sinistra: Carlo Lucarelli, Manuela Donghi, Andrea Villani, lo chef Romano Tamani (L’Ambasciata) e Luca Farinotti al Talk Show di Andrea Villani. https://www.lucafarinotti.com/luca-farinotti-ristoratore-resistente-acqua-mondoristorante/

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