LA RINASCITA DELLA RISTORAZIONE

Una volta riaperti, i ristoranti non potranno e non dovranno competere su questo campo di battaglia. (3 min. ðŸ“–)

Voi ristoratori siete prima di tutto consumatori. E siete al centro di un meccanismo che vi vede complici di un sistema distorcente che, alimentato così come fino ad oggi, sta mettendo sempre più gravemente a rischio la libertà individuale di tutti. Che cosa sta realmente accadendo intorno a noi? Una recente inchiesta sull’agricoltura italiana condotta dal The Guardian rivela un’analisi impietosa che ci racconta di un’agricoltura (9% del PIL) ancora oggi saldamente in mano alla mafia, in riferimento, per esempio, al ruolo della forza lavoro garantita dai nuovi schiavi: i migranti. La sola industria del pomodoro vale quattro miliardi di euro e lo sfruttamento dei lavoratori immigrati è sistematico e super strutturato. I dati dicono che l’economia criminale risulta molto più organizzata di quella legale, come spiega e conclude Leonardo Palmisano nel suo saggio Mafia caporale. La grande distribuzione si affaccenda a produrre autocertificazioni a suffragio della legalità della provenienza dei prodotti che vengono venduti negli scaffali dei supermercati, ma in molti casi mente al consumatore che, seppur truffato, diviene complice di quella che è stata denominata la schiavitù del ventunesimo secolo. Si parla di giri di denaro pari a miliardi di euro e nonostante il governo abbia ridotto l’accoglienza del 58%, il sistema del caporalato è rimasto pressoché illeso. Yvan Sagnet ammonisce: “risolvere il problema è proibitivo perché il caporalato e la moderna schiavitù sono gli effetti del sistema, non la causa di questo: è l’effetto dell’ultra liberalismo applicato all’agricoltura”. Risulta assai difficile quindi credere alla totalità delle autocertificazioni della grande distribuzione a fronte dei continui scandali, inchieste e casi giudiziari; infatti è vero, invece, che il crimine organizzato tiene in piedi questo mercato da decenni con un obiettivo specifico e condiviso a livello globale: avere la maggior quantità di prodotto possibile al minor costo possibile.

“Infatti è bene sottolineare che se da una parte rilevanti porzioni dell’agricoltura del sud Italia giovano al crimine organizzato, dall’altra i più grandi beneficiari di questo sistema sono le multinazionali, le corporations, le catene di supermercati, ovvero i membri portanti del Libero Mercato”.

Perciò chi ha interesse che questo sistema rimanga in atto? A chi giova questo genere di immigrazione che qualcuno ha chiamato deportazione controllata? Di certo a un dato sistema che accetti la possibilità di sacrificare milioni di vite in nome di qualcosa di molto più importante: cosa? Teniamo in sospeso la domanda e parliamo invece dell’aspetto legale della produzione di cibo industriale. È molto interessante la posizione ufficiale dell’industria del cibo secondo cui “tutto dipende da che tipo di prodotto produrre e a quali costi, perché se noi dovessimo fare un prototipo di pasta perfetta in una zona del mondo non contaminata, senza bisogno di chimica, probabilmente quel piatto di pasta, invece di venti centesimi, costerebbe due euro. Una pasta a glifosato zero è possibile, ma solo alzando i costi di produzione” e secondo cui “è aberrante dover riportare in etichetta il luogo di origine dei cereali, per chiari motivi di accordi imposti e accettati dalla UE”.

Il consumatore si indigna e chiede: “se un piatto di pasta incontaminato dovrebbe costare due euro, diteci allora cosa c’è nel piatto di pasta da venti centesimi!”

Ma non è questa la domanda da fare all’industria, non è davvero questo il punto. Perché il problema sollevato dal consumatore, ovvero il diritto alla salute, non è quello visualizzato invece dall’industria (che, semmai, potrebbe essere nel migliore dei casi il come fare a darci quello che noi vorremmo senza dover alterare il sistema di produzione).

Chiedere all’industria del petrolio perché non converta il proprio sistema all’esclusiva produzione di energia pulita, non vi sembra una domanda ingenua? La logica dell’industria del cibo segue gli stessi binari e non ragiona secondo la logica del consumatore virtuoso.

Ma se assumiamo i valori del consumatore virtuoso come esclusivi parametri di analisi, risulta evidente che due mondi apparentemente opposti (da una parte la struttura agricola governata da principi di collusione tra industria e illegalità, dall’altra la solidità industriale dell’intoccabile credibilità delle aziende portanti dell’economia e del Made in Italy) siano sostenuti in realtà da un’identica logica di fondo, volta al mantenimento di quello che dagli analisti viene chiamato Ultraliberalismo (se applicato ai fenomeni di criminalità agricola) e semplicemente Libero Mercato se connesso all’industria del cibo, ovvero:
AVERE LA MAGGIOR QUANTITÀ DI PRODOTTO POSSIBILE AL MINOR COSTO POSSIBILE.
Che sia legalità o illegalità, il principio è il medesimo: è lecito posporre e sacrificare l’uomo, la vita, i diritti umani in nome del profitto. A chi giova dunque la deportazione controllata di cui racconta il Guardian? Alle multinazionali e all’industria del cibo, abbiamo detto. E a chi giova il piatto di pasta da venti centesimi? Esattamente, sempre alle multinazionali e all’industria.

Non certo al consumatore.

Infatti, piuttosto che chiedere all’industria cosa ci sia dentro al piatto di pasta da venti centesimi, bisognerebbe chiedersi quale principio, quale legge etica prescrivano che si debba poter avere il diritto di mangiare pasta tutti i giorni. Far credere alle popolazioni che la garanzia di poter mangiare pasta tutti giorni corrisponda a un diritto umano inalienabile è un inganno, poiché il primo e unico diritto inalienabile è, per i popoli, quello di essere messi nelle condizioni di poter scegliere solo tra cibi veramente sani sul mercato.

La logica voluta dall’industria, poi, ci porta ad acquistare decine di volte in più rispetto alle nostre reali necessità. Siamo una popolazione diabetica, cardiopatica, celiaca, ammalata di cancro: mangiamo quantità di carboidrati, derivati da cereali contaminati, centinaia di volte superiori a quanto il nostro organismo sia in grado di sopportare. Questo perché ci siamo convinti, secondo le logiche del Libero Mercato, che LA CONQUISTA DELLA LIBERTÀ sia stata quella di poter avere sempre e comunque il piatto di pasta a venti centesimi.

Ma questa è la conquista del Libero Mercato dopato, non la conquista della nostra libertà individuale. È la conquista del Libero Mercato attraverso la conversione globale alla religione del consumismo. Questa è anche la conquista delle catene di junk food e della ristorazione di massa a basso costo. Il nuovo ristoratore non può e non deve competere su questo campo di battaglia. Egli deve fondare, per sopravvivere, nuove nicchie di mercato, generando plessi nel coinvolgimento di partner e colleghi, creando reti virtuose idonee a sostenere una nuova economia parallela.

Da Reinstaurant – Decalogo pratico per una nuova ristorazione italiana (Reverdito Editore, 2020) di Luca Farinotti

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