Solitudini – Maiatico FC 1983, VIII episodio (Luca Farinotti)
VIII (Solitudini)
Avevo le braghe della mia tutina verde, che non mi piaceva proprio ma ogni tanto la mettevo per far contenta mia madre (che godeva a pulir il fango sui vestiti che piacevano a lei), occhi fissi verso la porta Ovest in attesa del rinvio da fondo campo. Non mi andava di guardarmi troppo intorno, non mi andava di incrociare lo sguardo del Lupo o di Tito o di O’Mora. Sentivo che mi stavano addosso e che ognuno di loro aspettava il momento buono per farmi un cenno fuggevole che io avrei sicuramente interpretato come un misto di scuse (i miei desideri), disprezzo (le mie paure), abbandono (sempre le mie paure) ed invito (le mie tentazioni). Cercavo di giocare al football e di guardare il pallone e i piedi e mio padre (sempre le mie paure) e Claudién (come sopra e nient’altro).
Mi sentivo solo, arrabbiato, ma anche stupido, da che, arrabbiatissimo – mi odiavo, geloso – con i miei amici.
C’era un sole pulito, invitante. Prima della partita Andrea Mora e Tito erano passati da me a bere un’aranciata, ci eravamo seduti sullo storico dondolo verde e bianco da cui avevo seguito Italia-Germania Ovest 82, in giardino, sotto al pergolato, pienamente esposti ad un’estatica pioggia d’infiltrazioni luminose – ciò che amo di più al mondo, l’infiltrazione luminosa, quindi luce solare che penetra attraverso i forellini delle tapparelle abbassate proiettando sul muro scuro, dirimpetto alla finestra, tremolanti cerchiolini di luce; il fascio di luce bianca impresso sul muro da un proiettore acceso in cui non sono ancora state inserite le diapositive; il sole, che si fraziona in miliardi di microframmenti di luce, colante tra i rami fittissimi di un albero o di un insieme di alberi o di un bosco, impressionando la terra ombrosa di infinite, piccole, riverberanti gocce di luce.
O’Mora succhiava dalla cannuccia e, impostando la voce in un modo che mi fece fremere ancor prima di ascoltare le sue parole, mi comunicò lindo, come il cielo di Fiorenzuola in un giorno di giugno del ’63 (tempo e luogo in cui credo mio padre abbia iniziato a fumare), che loro tre avevano fatto un grande passo avanti. Sempre più inquieto e vanamente speranzoso di veder smentiti bui presagi, chiedevo spiegazioni più precise. O’ Mora, carpendo la mia crescente agitazione, si eccitava e ritmava la frase “un grande passo avanti!” (sogghignava d’intesa con Tito), fino a costringermi a pregarlo per sapere di cosa stesse parlando.
“Abbiamo fumato”.
“Non è vero!”
“T’assicuro, Luchén”.
Tito rimaneva in disparte con l’espressione di chi, in merito, la sa lunga.
“Ma perchè l’hai fatto, Endriù? ti ha dato di volta il cervello? Fa malissimo, è una cosa che non bisogna fare!”
“Dovresti provare anche tu Luchén, per stare al passo”.
“Voi siete impazziti! e se lo scoprono i vostri genitori?”
Rideva sotto i baffi, Tito: “Guarda Luchén che io l’ho fatto che avevo 8 anni la prima volta, ho fumato le sigarette greche di mia madre, con la cartina marrone e i filtri colorati”.
Andrea suffragava: “E il Lupo, se è per questo, è da una vita che fuma, a scuola e di nascosto, al fienile”.
Cominciavo a sentirmi veramente estromesso, oltre che tradito.
“E cosa avete fumato?”
“Muratti, due sere fa, alle prove di canto. Ieri abbiamo comprato un pacchetto di Marlboro”.
“Oh , quelle son forti”, erudiva Tito. “Ti stroncano”.
“Hi hi hi”, gigionava Andrea. “Sì, quelle per te non vanno bene all’inizio, Luchén”.
“Ma io mica voglio fumare, brutti bastardi! E non dovreste farlo nemmeno voi…e cos’altro avete provato?”
Andrea spolverava cultura in merito: “Prendi le Camel, ad esempio: quelle sono sigarette del cazzo, è vero che sono molto aromatiche ma ti piazzano tre dita di catrame in gola, le Marlboro no, e poi – rivolgendosi a Tito – non so se hai notato che le paglie del pacchetto morbido son diverse rispetto al pacchetto rigido”.
“Claro, ci metton dentro delle paglie proprio diverse. Non è un’impressione, cioè son più morbide anche le paglie nel pacchetto morbido, no?”
“Esatto Titén, proprio quello volevo dire, e lo stesso vale per le Camel, anche se son pese uguale”.
Li incalzo: “Sì, ma cos’altro avete fumato? pazzi…pazzi…pazzi…”
“Ti dico – riprende Mora – io per adesso ho provato quelle, però…ti dirò, le Philip Morris gialle si godono, da quel che so”.
“Va bé – è Tito – se è per quello anche le Goluàs, le fuma una mia compagna di classe, hanno un bell’aroma. Comunque, per te che non l’hai mai fatto ci vuol della roba diversa, Luchén, tipo le Muratti, che le fuman tutti i professori”.
“Anche mia zia, fì, adesso che me lo fai notare… è vero, cazzo mia zia è una prof…e dici che per me andrebbero bene quelle lì?”
“Più leggere, te l’ho detto, per te vanno bene”.
…Rimango in silenzio per un istante, Andrea guarda la beola del mio giardino,Tito rutta col rigurgito, da far schifo…
“Figa, scusate ragazzi, ma ho quest’aerofagia di merda…”, e si cala due pastigliette.
Smetto di pensare.
“No, no, ma perché, perché l’avete fatto?”
“Un passo avanti, punto” (seccamente, Andrea).
Contemporaneamente, ma da solo, aveva iniziato anche il Bottio, che alle prove di canto della sera precedente era stato accolto da Grassi con un “Oh, Bottio, a stèret svén as fùma gratis”, per via dei vestiti e delle mani impregnate di odore (Tito, a tal proposito, presto ci svelò geniali trucchi antiodore e antigenitore, come infilare le dita per qualche secondo in un fustone di detersivo in polvere).
Non li avevo mai sentiti così distanti e, in un certo senso, pericolosi.
Ero, ovvio, condizionato dai terrorizzanti e reiterati discorsi di mio padre su quanto fosse facile diventare dei Drogati, cominciando proprio dal fumo, e su quanto diventassero figli del demonio, i Drogati.
C’era un sole fosco, irritante, quando arrivammo al campo e mi sentivo all’inferno, circondato da drogati cattivi che tradivano i propri genitori, e intanto pensavo alle Muratti ch’eran più leggere per chi vuol cominciare, ma facevo finta di niente con me stesso e, a tratti, canticchiavo per mettere a tacere i miei pensieri.
Quel sabato giocai da dio.
Misi nel sacco sei pappine, oltre a sciorinare una serie di dribbling ubriacanti, assist e interventi difensivi a go-go. Volevo dimostrare ai miei amici che con i polmoni puliti e sani si è più forti, e ce la misi tutta, col cuore in mano. Purtroppo non mi sembravano molto interessati alla partita, quel giorno. Avevano la testa altrove, e la mia prestazione magistrale servì soltanto a farmi sentire più solo, contro una situazione che, lo sentivo, non avrei mai potuto ribaltare.
A fine partita incrociai lo sguardo del Lupo. Mi lasciai sfuggire un fugace appello di muta disperazione: mosse il mento in avanti, di poco, sollevando i suoi sopracciglioni pelosi, come a dire “Mi spiace, ma il problema è solo tuo”.
Me ne andavo verso casa lungo la discesa e sentivo l’eco delle risate di Lupo e Titén al fienile.
E odore di Marlboro.
La sera, un bel tramonto viola, avrei voluto confidare ai miei genitori tutta la mia solitudine, ma non mi sentivo di tradire i miei amici e mi rifugiai, silenziosamente sconsolato, in una delle mie due letture preferite, L’Almanacco Del Calcio Panini 82-83 (l’altra era un libro regalatomi da Claudién il giorno della mia Cresima, JuveSuperstar 83/84, con tutte le statistiche e i disegni dei gol a colori dell’accoppiata Scudetto-Coppa delle Coppe). Studiare gli schizzi di Carmelo Silva che narravano come un film l’avventura degli azzurri al Mundial era stato, da sempre, uno dei miei passatempi più intensi.
Mi dimenticavo il mondo, ma stavolta non fu così.
Non telefonai ai ragazzi per una settimana, e il sabato successivo Lupo, O’Mora e Tito non si presentarono nemmeno alla partita. Qualcuno mi disse che erano andati coi motorini a Sala Baganza, al bar, a fumare e a giocare a biliardo. Quando il Cristian, su mio invito, ebbe dato il fischio finale, nettamente in anticipo, saltai sulla Chopper bianca con logo oro del mio Garelli e letteralmente m’involai verso Sala.
Trovai i ragazzi alla “Conca”. Grassi era intento a un videogioco, circondato da tre calabresi che mi guardavano male, perchè ero di Maiatico e avevo sconfinato. Mora e Tito stavano sfidando a calcio balilla altri due energumeni cutresi e giocavano come due padreterni, Tito in attacco e Andrea in difesa.
A un certo punto sperai che decidessero di perdere volutamente, perché i calabri si stavano innervosendo ed era gente che non ci pensava un secondo a spaccarti un posacenere in faccia se non gli fossi andato più a genio. Non ci fu nulla da fare, dieci partite e dieci – schiaccianti – vittorie per i nostri. Per un attimo sembrò che Salvatore Oliviero volesse dare il via ad una mega-rissa, ma fortunatamente lasciò presto spazio ad un sorriso di congratulazioni e offrì da bere ad Andrea e Tito: “Mino!!! Due birre per i ragazzi di Maiatico, qui, e se non le bevete v’accoltello, eh!”
Io rimasi in disparte, a giocare col Space Invaders o quello che cazzo era, in attesa che i miei amici ricevessero il commiato dall’ospitalità obbligata.
Dopo una mezz’ora di fumo e intercalar di bestemmie in calabrese, riuscimmo a liberarci dalla morsa e sgusciammo fuori dal bar pizzeria “La Conca”, dirigendoci ai motorini.
Fu O’ Mora a rivolgermi la parola, e lo fece come se la mia presenza lì fosse scontata, o dovuta, e come se tra noi non fosse mai accaduto niente:
“Va bé, Luchén, io ti saluto, che ho promesso a mio padre di tosare l’erba”.
Poi salutò anche gli altri e saltò in sella al suo Ciao blu – il Fantic Motor da trial non l’aveva più, lo aveva venduto un pomeriggio d’autunno dopo aver tentato una manovra da professionista al campetto, ma la moto gli era sfuggita di mano schiantandosi senza controllo contro un albero e lasciando l’Endriù lungo e disteso sul San Nicolò (“Rigore!”), poi s’era comprato l’Aprilia Tuareg 50, il sogno di ogni ragazzino, ma la teneva sempre in garage perché ne avevo ordinata anch’io una uguale, con la quale avrei scarrozzato il Vincio e il Cristian a lungo, in tre e senza casco, per le vie di Maiatico, soprattutto per quella che porta al San Nicolò, e mi voleva aspettare, da giocatore altruista, per inaugurarle insieme e imbastire storici garini Maiatico-Collecchio-Maiatico o fare sfide per la sgommata più bella e lunga sull’antistadio di ghiaietta, e così, da tutti i giorni, usava il Ciao Piaggio col tasto a bicicletta (intanto, l’Aprilia l’aveva un po’ elaborata con dei fori strani sul fianco sinistro, e tra lui e me ci sarebbero sempre stati cinque chilometri all’ora in più di differenza, e questo non valeva).
